(Adnkronos) – La creazione di un percorso dedicato “è fondamentale” per chi ha una diagnosi di lupus eritematoso sistemico. La malattia colpisce infatti “pazienti anche molto giovani, soprattutto donne in età fertile e lavorativa. Bisogna quindi stare molto attenti anche a trattare, oltre all’aspetto clinico, quello psicosociale, con particolare attenzione alla fertilità, evitando terapie non compatibili con la gravidanza o con l’allattamento, o che addirittura possono portare all’infertilità. Accanto a questo, però, dobbiamo renderci conto che siamo di fronte comunque a una malattia cronica, e l’aspetto psicologico non è secondario. Parliamo di donne che a vent’anni ricevono la diagnosi di una patologia che avranno per tutta la vita”. Così Luca Quartuccio, direttore struttura complessa di Reumatologia, ospedale di Udine e professore associato di Reumatologia all’Università di Udine, alla vigilia della Giornata mondiale del lupus, che si celebra il 10 maggio, riflette sugli aspetti principali emersi nello studio recentemente pubblicato su ‘Journal of Clinical Medicine’, che fotografa in modo strutturato, per la prima volta, l’impatto sociale, funzionale ed emotivo del lupus in Italia.
Le malattie infiammatorie e autoimmuni, “a mio avviso, sono del tutto paragonabili, come impatto sulla persona, alle malattie oncologiche – continua l’esperto – Per questo, servono degli psicologi all’interno di centri dedicati con un case manager che seguono l’iter del singolo paziente in base alle necessità”. Accanto allo psicologo, per un approccio multidisciplinare, “questi centri dovrebbero garantire la presenza di specialisti, come il dermatologo o il nefrologo”, per un accesso più rapido, efficace e meno frammentato alle cure necessarie in base all’evoluzione della malattia.
Dal punto di vista delle cure, sono disponibili “terapie molto specifiche, targettizzate sulla patologia e anche sul singolo paziente, che ci permettono di controllare da subito il lupus – illustra Quartuccio – Sicuramente il cortisone è un farmaco che viene ancora largamente utilizzato in questa patologia autoimmune. Quasi la totalità dei pazienti, all’inizio, utilizzano un po’ il cortisone, a dosaggi e tempi che variano a seconda della severità della malattia. Oggi però abbiamo tutta una serie di strategie terapeutiche che possono portare il clinico, insieme ovviamente al paziente, a sospendere la terapia nell’arco di 6 mesi anche nelle manifestazioni più severe o, perlomeno, a provare ad arrivare alle basse dosi. I farmaci che abbiamo a disposizione, soprattutto i farmaci biologici e anche gli immunosoppressori tradizionali, stanno consentendo di ottenere degli ottimi risultati. Inoltre, per i pazienti che hanno una forma di malattia più severa, c’è la prospettiva futuribile della tecnologia che si sta largamente utilizzando in oncoematologia, cioè delle cellule Car-T”. Nelle malattie reumatologiche “che hanno una componente infiammatoria e autoimmune, l’intervento precoce è fondamentale – sottolinea il reumatologo – Fare diagnosi precoce di lupus eritematoso sistemico sicuramente impedisce la comparsa di danni a organi vitali, in particolar modo al rene, e garantire una sopravvivenza praticamente pari alla popolazione generale”.
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